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EBURNEA Geometrie del silenzio






EBURNEA
Geometrie del silenzio 
Claus Soraperra

a cura di Mauro Defrancesco

11-26 Luglio 2026
Strada de Gocialch 4, Moena (Trento) - Dolomiti - Italy


La ricerca pittorica di Claus Soraperra si colloca in una zona di soglia tra materia e dissolvenza, dove l’immagine non rappresenta ma emerge come residuo, traccia, sedimentazione.
In questi lavori la superficie non è mai semplice supporto: è campo operativo, stratificazione di tempo, abrasione e costruzione. Cenere, gesso, carbone, pigmenti, resine, cere e carte si comportano come materiali di pensiero prima ancora che di pittura. Ogni opera è il risultato di una tensione tra accumulo e sottrazione, tra deposito e stratificazione.

Il bianco — nucleo silenzioso del lavoro — non è mai neutralità. È piuttosto una soglia percettiva: spazio di sospensione, punto di emergenza della luce, ma anche zona critica dove la visione si interrompe e diventa mentale. In questo senso, il bianco è ciò che resta dopo il gesto, ma anche ciò che precede ogni possibile forma.

La serie si articola come un sistema di equilibri instabili: geometrie appena accennate, strutture sospese, campi ossidati e scritture frammentarie che affiorano come resti di un linguaggio in via di estinzione. L’immagine non si offre mai come compiutezza, ma come processo in atto, come costruzione temporanea della visione.

Il titolo EBURNEA rimanda a una qualità di luce trattenuta, densa, quasi fossile. Una luce che non illumina semplicemente, ma interroga la materia stessa della visione.

Ne risulta una pittura che non descrive il mondo, ma ne sospende la leggibilità. 
Un dispositivo di attenzione più che di rappresentazione, dove lo spettatore è chiamato a sostare in uno spazio di indeterminazione attiva.
In questo senso, EBURNEA articola uno spazio in cui la pittura non è più oggetto da osservare, ma condizione da abitare: un’economia temporanea del silenzio in cui il senso rimane in stato di sospensione.


Obiettivo della Galleria Ufofabrik diretta da Mauro Defrancesco è dar vita a un centro internazionale di produzione artistica indipendente, di alto profilo qualitativo, attraverso un accurato lavoro di scouting, ricerca e interazione con gli artisti.
Un progetto indipendente per l'arte contemporanea, aperto e sperimentale. 
Una rete Europea per il collezionismo.
Durante i primi sedici anni di attività il programma delle esposizioni ha visto alternarsi mostre di artisti emergenti e affermati.
Sono state ospitate importanti personali e collettive di artisti il cui lavoro ha un ruolo innovativo  nel mondo dell’arte contemporanea.

Inside.BZ

10 Eccellenze ladine


























Eccellenze ladine, ma non solo. Da settembre a maggio 2020 in Val Badia la VI edizione della Trienala Ladina

di Adina Guarnieri






A San Martino in Badia, al Museo Ladin Ciastel de Tor, dal 20 settembre 2019 a maggio 2020 saranno in mostra le opere dei cinque vincitori della sesta edizione della Trienala Ladina.
Il concorso valorizza e sostiene l’arte ladina, premiando i lavori di artiste e artisti provenienti dalle cinque valli ladine, dai Grigioni e dal Friuli. Ma possono partecipare anche coloro che si sentono emotivamente legati a questa cultura alpina. Nel corso dei prossimi mesi vi presenteremo i premiati del 2019. Iniziamo da Claus Soraperra, artista della Val di Fassa.
Innanzitutto congratulazioni, Soraperra: quale significato ha quest’onorificenza per lei?
È un grande riconoscimento, perché da anni lavoro su concetti come l’appartenenza, l’identità e la multiculturalità. Sento che questo spazio riuscirà ad ascoltarmi. Sono contento che mi abbiano selezionato perché ho bisogno di dire certe cose.
Per esempio? 
I miei temi tendono a essere provocatori. L’arte nasce dove c’è un potere da sconfiggere e l’artista deve portare nello spazio della mostra le sue riflessioni. L’arte deve essere una risposta al capitalismo, che ci fa intendere la nostra libertà solamente in relazione alla proprietà privata. L’arte invece è democratica e senza luogo di appartenenza, è proprietà collettiva e bene comune.
Si definirebbe un artista ladino? 
Con il mio contributo alla Triennale cerco di negare la mia appartenenza a un’etnia o a una lingua. L’arte, come io la intendo, deve negare ciò che è apparente. Voglio scardinare l’ordine prestabilito e osservarlo da un punto di vista esterno. Non nego però la mia appartenenza a un passato, ad una storia comunque importante, a cui noi ladini possiamo rivolgerci. Il mio lavoro si pone come lettura dei fenomeni sociali ed antropologici.
Come nascono le sue opere? 
Lavoro con un background fotografico per poi passare ad una fase manuale, recupero oggetti facendo collage anche tridimensionali. Spesso l‘opera rappresenta una figura a mezzo busto, quasi sempre donna. Il mio lavoro prevede un mix tra fotografia e pittura, rimandando poi al disegno come intervento conclusivo. Questa soluzione va nella direzione della contemporaneità, perché la Triennale parte dal locale, per essere globale.
I suoi colori sono molto sgargianti…
Cerco di usarli in maniera “pop”, perché vogliono essere legati al contemporaneo, alla nostra vita. Lo stesso linguaggio verbale che noi usiamo oggi è molto saturo di volgarità e si dicono le cose in maniera leggera e sconveniente. Ma il colore è anche una scelta che rimanda alla tradizione, quella dei pittori girovaghi fassani dell‘ottocento, conosciuti in tutto l’Impero per la loro stravaganza cromatica.
Il senso di appartenenza è un tema ricorrente nelle sue opere. Come mai? 
Il luogo dove vivo è un laboratorio plurilingue, dove le identità si distinguono e si sovrappongono. Ho sempre in testa la domanda che mi facevano da piccolo: “di chi sei?”, come se io dovessi appartenere a qualcuno. Il fatto di dover definire sé stessi nei confronti di italiani, tedeschi, ma anche dell’internazionalità portata nelle valli dal turismo, ti costringe a chiederti “chi sono?”. L‘identità diviene un appello, un dovere ad agire attraverso ciò che “io sono”.
[Adina Guarnieri]
CHI È?
Claus Soraperra (*1966, Canazei). Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti a Venezia. Nei suoi progetti affronta le trasformazioni identitarie e l’antropizzazione dell’ambiente montano. 
COSA: Triennale Ladina 2019
DOVE: Museo Ladin Ciastel de Tor a San Martino 
QUANDO: 20.09.2019 – maggio 2020
PREMIATI: Annatina Dermont, Ivonne Gienal, Karin Schmuck, Claus Soraperra e Tobias Tavella.

Il Trentino 13.02.2018

Il nostro carnevale alpino che cerca di resistere 

Soraperra: «I giovani riscoprono il gusto delle maschere tradizionali di Ladini,  Mocheni, Val di Fiemme: battaglia d’identità contro lo svuotamento del turismo»
di Paolo Mantovan

 
 

SEGUE DALLA PRIMA PAGINA. Ma che carnevale è questo, Claus Soraperra?

Quello della mascherèda fascena, che si chiude il martedì grasso con il Brujèr Carnascèr. Nella profonda Val di Fassa è una tradizione importante.

È una cosa vera? O è un prodotto per i turisti?

Ahi giornalista, che cosa mi chiede? La risposta è duplice. È ancora vera ma viene strumentalizzata per il turismo. Provi ad andare su internet. Scriva: “carnevale val di fassa”: cosa vede?

Vedo indirizzi di pagine su manifestazioni di carnevale della Val di Fassa.

Sì, ma i primi indirizzi che trova a che siti la mandano?

Ah, certo: siti dell’Apt, fassa.com, viagginews, certo, certo.

Vede? Ma anche se clicca sul carnevale di Sappada o del Perù noterà che se ne sono appropriati i siti che promuovono il turismo. Farà fatica a trovare le pagine dei musei.

Quindi c’è un problema generale per i carnevali tradizionali dell’area alpina, fatti di maschere di legno, di teatro all’aperto...

Il problema dei Ladini (per stare alla mia terra) è che continuano a mantenere vive queste tradizioni ma si tratta di un prodotto che rischia di non farci sopravvivere, come identità ladina, perché si fa per divertire altri e quindi si svuota, perde l’anima.

È falso?

No. Non lo è. Le ho detto subito che rimane spesso una cosa vera. C’è il rischio che possa svuotarsi di senso. Ma ci sono degli elementi così originali che è possibile garantire ancora a lungo la sopravvivenza della tradizione.

Per esempio?

Beh, il fassano, che è montanaro e ci tiene a mantenere il primato, si rende conto che ogni cosa, per restare unica e originale ha bisogno di stratagemmi. E allora ecco le maschere di legno costruite a mano, oppure per i Krampus, gli uomini-caproni, a Pozza di Fassa ecco che devi avere un costume tipico. Non è merce che trovi nei negozi e allora la tradizione, ancorata a questi oggetti, resiste.

Fino a quando non arriva Amazon...

Già, prima o poi succederà. Ma forse si può resistere a lungo perché alla fine i veri costumi li trovi solo dentro la comunità, con una sarta o un sarto che te li confezionano. Se diventa un soprammobile vincerà Amazon.

Quindi la ripresentazione di queste maschere è un modo per tenere viva l’identità.

Una parte d’identità: è quello che sto cercando di spiegarle, giornalista! Ci sono associazioni di “puristi” che tengono reti di collegamento tra loro, anziani che fanno costumi e maschere secondo le regole...

Il mercato potrebbe starsene alla larga allora...

Potrebbe. Sempre che qualcuno non trovi il modo per rendere anche questi degli oggetti di mercato. Però, per il momento, il carnevale fassano è saldamente nelle mani dei Ladini. A Penia c’è un gruppo fierissimo di fare il carnevale solo a carnevale (senza esibizione estiva per i turisti), con farse popolari che durano tre quarti d’ora in lingua ladina. Loro si barricano dentro questa naturalezza ma poi le Aziende di promozione turistica li sbattono sui siti internet...

Sfruttamento a fini turistici: tutto diventa denaro...

Diciamo che non li mettono sul mercato però. Ripeto: non è merce da mercato. Le Apt (anche di altre valli, penso alla Val di Fiemme o alla Val di Non) trovano queste notizie importanti per la costruzione dell’identità da mettere on line.

Un’identità originale da presentare al turista.

Sì, la loro idea è questa.

Come per gli indigeni di “qualche” isola...

Sì, però alla fine è proprio la costruzione dell’identità che ora interessa alcune associazioni.

Interessante.

Fino al 1980 io ricordo bene che andavo alle “Mascherèdes” con mio papà e vedevo un signore che stava all’ingresso e lasciava entrare solo i fassani. Se c’erano dei turisti li bloccava.

Li bloccava?

Sì, “sono cose nostre” diceva. Perché i turisti infatti non capirebbero il gioco dello spettacolo. Lì c’è un buffone che racconta tutte le malefatte del paese.

Cose attuali? Satira di paese?

Guardi, dieci giorni fa sono andato e il “bufon” era preparatissimo e aveva una rima lunghissima tutta per me.

Se le è sentite?

Sì.

E c’è ancora il custode all’entrata?

No. All’epoca ricordo che c’era stato anche uno scontro con alcuni turisti. Ora no. Può entrare chiunque. Ma alla fine viene solo gente del paese.

C’è una “rinascita” del carnevale alpino?

Sì. Sono nicchie probabilmente. Però negli ultimi dieci anni sono state fondate nuove associazioni, c’è un ritorno.

Come se lo spiega?

Credo sia una risposta all’eccesso di turismo che ha tolto certi valori, che ha rovinato il tessuto sociale di altri tempi. Certo, siamo usciti dalla povertà e siamo entrati nel benessere, ma talmente tanto che abbiamo perso un po’ anche noi stessi e la nostra identità.

E il carnevale è un modo per riappropriarsi di qualcosa.

Sono riti che coinvolgono la comunità. Guardi che l’associazione dei Krampus di Pozza di Fassa è richiestissima in tutta l’area del Tirolo, perché è costituita da albergatori e artigiani che fanno le cose per bene, hanno dei costumi strepitosi. E si tratta di associazioni, a Canazei e a Pozza, che sono in mano a giovani di venti-ventiquattro-ventotto anni.

Ci sono dentro quelle radici che in tanti cercano?

Sono tradizioni che vanno dalla Stiria al Tirolo, a Pergine. È qualcosa che riguarda l’identità e che coinvolge i giovani: puntano a questo revival per dire che sono diversi e per difendersi dal turismo.

Ma quanta gente partecipa?

Al carnevale nostro, quello della nostra gente, con i Bufon, i Laché e i Marascons, una volta c’erano 5 maschere e tutto attorno cento persone. Adesso ci saranno dieci maschere e un pubblico di trenta persone.

Si è rovesciato il rapporto: una volta era importante essere spettatore, adesso si vuol essere maschera.

È vero. Ha ragione lei (stavolta). Una volta era importantissimo il pubblico, era il termometro delle cose.

A Valfloriana, in Val di Fiemme, sabato c’è stato un bell’incontro di maschere tradizionali.

È stata una cosa bellissima, glielo assicuro. Ero là. C’era la festa dei Matòci e degli Arlecchini, classica di Valfloriana, alla quale sono stati invitati i gruppi di Alba e Penia della Val di Fassa, della Val dei Mocheni, e anche di Saint-Rhémy-en-Bosses della Val d’Aosta.

I gruppi del carnevale alpino si fanno forza fra loro.

Sì, è stato un bell’incontro. Carnevale, intendiamoci. Però...

Neue Südtiroler Tageszeitung






MATER TIROLENSIS ORA PRO NOBIS
Adina Guarnieri, Die Neue Südtiroler Tageszeitung, 5.11.2017.



In seinem 1976 erschienen Buch „Das egoistische Gen” vertritt der britische Evolutionsbiologe
Richard Dawkins die Theorie, dass nicht nur anatomische Merkmale wie die Haarfarbe oder
bestimmte Krankheiten über Generationen weitergegeben werden, sondern auch kulturelle
Gepflogenheiten zu einem angeborenen Teil unseres DNA gehören. Zu diesen sogenannten
„Memen“ zählen, laut Dawkin, vor allem die Religion oder die politische Einstellung der jeweiligen
Person. Anscheinend erfahren wir dadurch schon vor unserer Geburt eine Art kulturelles Imprinting,
das unsere spätere Identität maßgeblich beeinflusst. In unserem spezifischen Fall würde das salopp
bedeuten: Einmal Tiroler, immer Tiroler.
Nun ist das mit dem Tirolertum so ein Sache; wir alle kennen es, Viele verteidigen es mit Haut und
Haaren, manch Einer hält es für ein anachronistisches Prinzip während man an so manchen
Biertischen immer noch das Jahr 1809 zu schreiben scheint. Das fast schon mythische „Volk in
Not“, Schloss Sigmundskron als der Olymp der Tiroler Identität, all das scheint meilenweit weg
wenn man sich im Dezember über den Weihnachtsmarkt quetscht oder zu Mariä Himmelfahrt –
Ferragosto wird dieser Tag mittlerweile auch von den Tirolern genannt – in St. Ulrich oder auf der
Seiser Alm nach Erholung sucht. Zwischen Kuckucksuhren „Made in China“ und Trachten mit
Swarovski-Steinen begibt man sich zuweilen erfolglos auf die Suche nach dem wohlig rauchigen
Duft der Bauernstuben, wie sie Viele nur noch von den Gemälden eines Franz von Defregger her
kennen.
„Mater Tirolensis“ ist eine provokative Ausstellung, in der uns der in Canazei geborene Künstler
Claus Soraperra die unterschiedlichen Facetten des Tirolertums ersichtlich machen will. Der
Künstler selbst führt seine Überlegungen auf die eigene Biographie zurück: Seine Kindheit in einer
dreisprachigen Region habe ihn dazu verleitet, sich mit den Gemeinsamkeiten und den
Unterschieden zwischen den Sprachgruppen vertraut machen zu wollen und die daraus resultierende
kulturelle Bereicherung in Bilder zu fassen. Dabei liefert Soraperra dem Betrachter keine einheitliche
Antwort auf die Frage nach dem wahren Tirolertum, eher will er die Vielschichtigkeit der historischen
Region Tirol und deren aktuelle Bedeutung – und Vermarktung – im europäischen Sinne aufzeigen.
Das Schlagwort „Ein Tirol“ hält schon lange nicht mehr; schon Claus Gatterer erkannte einst, dass
es vor der Teilung Tirols nach dem Ersten Weltkrieg nie ein echtes „Südtirol“ gegeben habe, nein,
als südlicher Teil Tirols galt damals wennschon das heutige Trentino. Identitäten und die damit
einhergehenden geopolitischen Definitionen sind also keine gottgegebenen Entitäten, es sind
wechselnde Projektionsflächen, deren Bedeutung sich im ständigen Wandel befindet und die man
manchmal auch nicht so ernst nehmen sollte. Genau dies macht Claus Soraperra in seinen Arbeiten:
Er behandelt ein heikles Thema mit dem nötigen Humor ohne es dabei ins Lächerliche zu ziehen.
Man merkt, dass es ihm trotz aller Ironie dennoch ernst ist mit seinem Anliegen und dass er in
keinster Weise die Kultur seiner Mitmenschen minimieren oder relativieren will. Es geht ihm allein
um das Aufzeigen und um das Bewusstmachen eines realen Umstandes: Irgendwann sieht man
die wahre Heimat vor lauter Tirol nicht mehr.

Das Kunstforum Unterland zeigt sich gewagt mit einem herausfordernden Werkzyklus des Fassa-ladinischen Künstlers Claus Soraperra.

In seinem 1976 erschienen Buch „Das egoistische Gen” vertritt der britische Evolutionsbiologe
Richard Dawkins die Theorie, dass nicht nur anatomische Merkmale wie die Haarfarbe oder
bestimmte Krankheiten über Generationen weitergegeben werden, sondern auch kulturelle
Gepflogenheiten zu einem angeborenen Teil unseres DNA gehören. Zu diesen sogenannten
„Memen“ zählen, laut Dawkin, vor allem die Religion oder die politische Einstellung der jeweiligen
Person. Anscheinend erfahren wir dadurch schon vor unserer Geburt eine Art kulturelles Imprinting, das unsere spätere Identität maßgeblich beeinflusst. In unserem spezifischen Fall würde das salopp bedeuten: Einmal Tiroler, immer Tiroler.
Nun ist das mit dem Tirolertum so ein Sache; wir alle kennen es, Viele verteidigen es mit Haut und
Haaren, manch Einer hält es für ein anachronistisches Prinzip während man an so manchen
Biertischen immer noch das Jahr 1809 zu schreiben scheint. Das fast schon mythische „Volk in
Not“, Schloss Sigmundskron als der Olymp der Tiroler Identität, all das scheint meilenweit weg
wenn man sich im Dezember über den Weihnachtsmarkt quetscht oder zu Mariä Himmelfahrt –
Ferragosto wird dieser Tag mittlerweile auch von den Tirolern genannt – in St. Ulrich oder auf der
Seiser Alm nach Erholung sucht. Zwischen Kuckucksuhren „Made in China“ und Trachten mit
Swarovski-Steinen begibt man sich zuweilen erfolglos auf die Suche nach dem wohlig rauchigen
Duft der Bauernstuben, wie sie Viele nur noch von den Gemälden eines Franz von Defregger her
kennen.
„Mater Tirolensis“ ist eine provokative Ausstellung, in der uns der in Canazei geborene Künstler
Claus Soraperra die unterschiedlichen Facetten des Tirolertums ersichtlich machen will. Der
Künstler selbst führt seine Überlegungen auf die eigene Biographie zurück: Seine Kindheit in einer
dreisprachigen Region habe ihn dazu verleitet, sich mit den Gemeinsamkeiten und den
Unterschieden zwischen den Sprachgruppen vertraut machen zu wollen und die daraus resultierende kulturelle Bereicherung in Bilder zu fassen. Dabei liefert Soraperra dem Betrachter keine einheitliche Antwort auf die Frage nach dem wahren Tirolertum, eher will er die Vielschichtigkeit der historischen Region Tirol und deren aktuelle Bedeutung – und Vermarktung – im europäischen Sinne aufzeigen.
Das Schlagwort „Ein Tirol“ hält schon lange nicht mehr; schon Claus Gatterer erkannte einst, dass
es vor der Teilung Tirols nach dem Ersten Weltkrieg nie ein echtes „Südtirol“ gegeben habe, nein,
als südlicher Teil Tirols galt damals wennschon das heutige Trentino. Identitäten und die damit
einhergehenden geopolitischen Definitionen sind also keine gottgegebenen Entitäten, es sind
wechselnde Projektionsflächen, deren Bedeutung sich im ständigen Wandel befindet und die man
manchmal auch nicht so ernst nehmen sollte. Genau dies macht Claus Soraperra in seinen Arbeiten:
Er behandelt ein heikles Thema mit dem nötigen Humor ohne es dabei ins Lächerliche zu ziehen.
Man merkt, dass es ihm trotz aller Ironie dennoch ernst ist mit seinem Anliegen und dass er in
keinster Weise die Kultur seiner Mitmenschen minimieren oder relativieren will. Es geht ihm allein
um das Aufzeigen und um das Bewusstmachen eines realen Umstandes: Irgendwann sieht man die wahre Heimat vor lauter Tirol nicht mehr.


Progetto




La Usc di Ladins 27.10.2017




Te mostra Mater Tirolensis Claus Soraperra rejona de valores e partegnuda. La mostra resta fora enscin ai 4 de november.




En sabeda ai 21 de otober al Kunstforum Unterland de Egna, na galarìa d’èrt ativa con sie mostres a l’an e pont de referiment per duta la Val de l’Adesc, l’é stat la prejentazion de la neva mostra de Claus Soraperra.

Ponta via dal tritich de eles, la beza, la sposa e la veia, Soraperra l’à volù sobito sotrissèr l segnificat de sia operes e del percors artistich fat aposta per Egna. L’à dit che l’à lurà su la femena e sui cheres desche simboi de l’identità del Sudtirol. L titol l’é Mater Tirolensis, per latin e no per ladin, talian, todesch o ingleis; latin lengaz de la Gejia e donca de la religion, chela religion che l’é per Soraperra un di elements più emportanc de l’identità sudtiroleisa. L Sudtirol belimpont vedù no demò desche na realtà teritorièla, ma ence na tera rica di valores catolics. Segur mìngol desche chela ladina.

Tel prum chèder, chel de la beza, Soraperra l’à dit che con chela fegura l’à volù depenjer la neva generazions; tel secondo chèder l’é na femena-sposa simbol del prum passage de la femena envers l percors per doventèr mère e dapò femenes con na identità “più da grignèr”: na femena con la lenga de fora e che sà più lengac, n’outa n saer tipich del Sudtirol, ades simbol de na femena/persona globalisèda; na femena con la maia de la nazionèla talièna, na sportiva che cogn conviver con chest sentiment anter identità sudtiroleisa e identità nazionèla; na femena con n “cucù” al post del cef simbol de na ejagerazion e na perduda totala de identità per colpa de n turism de massa che à ciapà ite noscia vites e ne à fat desmentièr de tegnir sù noscia reijes.

Te la sala di cheres enveze l Sacrò Cher de Gejù, protetor del Sudtirol aldò de n pat consacrazion, anchecondì l doventa più n simbol universèl de vardian de zeche de emportant, ma no più tant leà a sie segnificat religious. “L cher che aon ti portachieves – disc Soraperra – l’é segur n simbol de amor, ma no l conscidraron mai descheche aessa fat noscia giaves”.

De più su La Usc di Ladins de vender ai 27 de otober.

 (vr)












La Usc di Ladins 20.10.2017




Con Mater Tirolensis l’artist contemporan da Grìes de Cianacei va inant te sia riflescion su l’identità. L’inaudazion de la mostra la é en sabeda ai 21 da les 20 a Egna.






L viac su l’identità che Claus Soraperra l’é dò a fèr con sia mostres l va inant. Dò “Identità” del 2015, “Ladinoentropia” del 2016 e “Liquids. Identità fluide nelle Alpi” de oril de chest an ades l’é vertech con “Mater Tirolensis”, na neva esposizion e riflescions enstoura su l’identità del Sudtirol.

L’artist enstouta l vegn fora con na riflescion emotiva su la trasformazions del popol tiroleis che l’à da semper na gran identità pojèda sul segnificat de la partegnuda storica. L’é na identità stolza e forta, durèda per se defener a livel nazionèl, ma che fosc anchecondì la vegn durèda per la formazion de na neva identità leèda più a na costion de marketing per se defener da la manaces de la globalisazion.

L vernissage l’é en sabeda chesta, ai 21 de otober da les 8 da sera al Kunstforum Unterland (Galaria de la Comunità comprenjoriala Oltradige Bassa Atesina, portici 26, Egna). La mostra resta fora enscin ai 4 de november con chisc oraries: da mèrtesc a sabeda da les 10 a les 12 e da les 16 a les 18.

De più su Mater Tirolensis su La Usc de vender ai 20 de otober.

 (vr)









il TRENTINO 30 aprile 2017


Claus Soraperra, l’artista che teme il benessere

Figlio d’arte in cerca dell’identità “perduta” in Ladinia Agli studenti insegna: «Liberatevi dalla tecnica: è schiavitù»
di Paolo Mantovan

IL TRENTINO 30 aprile 2017


SEGUE DALLA PRIMA PAGINA. Ebbene sì, Claus Soraperra teme il benessere. Mica perché non gli piace il benessere in sé, ma perché il benessere ferma tutto. Ferma le nostre energie, la nostra volontà, il nostro cervello. E quando pensa alla sua «Ladinia», alla sua Val di Fassa, intrappolata nella morsa del turismo-benessere, beh, lui ci vede il declino, la perdità di identità, anzi addirittura la perdita di senso.
Claus Soraperra, classe 1966 di Canazei, è figlio d’arte nonché d’artista. Nato in una famiglia che si è tramandata la passione per l’arte, ha seguito fin da piccino papà Virgilio che l’arte la viveva come un lavoro, un mestiere, un’attività naturale. Si alzava, faceva colazione, metteva il grembiule e iniziava a intagliare o a dipingere.
«Anche lui usciva da una famiglia di scultori e pittori di diverse generazioni e mi ha trasmesso il fascino dell’arte. È nato da una famiglia poverissima, che poi, uscita dalla guerra, non ha potuto dargli la possibilità di studiare alla scuola d’arte». Che invece Claus ha fatto: l’Istituto d’arte di Pozza di Fassa e poi l’Accademia di belle arti a Venezia. Però, è stato con il papà che Claus ha familiarizzato con l’arte, no? «Assolutamente. Mio padre ha avuto un grande periodo quando ha riempito la Val di Fassa di pitture murali: erano gli anni Ottanta, il momento in cui il turismo cominciava a fare capolino, e ci fu una grande committenza di pitture murali che andavano a riscoprire la vita agreste, i temi di caccia, i genitori che avevano costruito l’albergo... si mettevano cioè sul muro le tradizioni alpine, fassane, ladine. Io ho iniziato lì, sulle impalcature con papà». Difficile? «Tutt’altro: per me era naturale. La pittura murale su committenza ti dà grandissima serenità: non devi indagare nella tua indole. La pittura come ricerca è molto più emozionale: è lì che ripudio in tutto e per tutto la tecnica».
Eccolo qui, lo spirito ribelle: cominciamo. Lui ripudia la tecnica. «Ma è ovvio. Guardi che anche ai miei studenti, all’Istituto d’arte di Pozza dove insegno pittura, io dico: liberatevi dalla tecnica!».
Eppure serve la tecnica. Come diavolo si fa senza tecnica, scusi? «Ma certo che serve. Solo che poi ti rende schiavo. La tecnica è una trappola. Ha l’obiettivo di continuare qualcosa che non deve essere cambiato».
Beh certo, la tecnica fissa i canoni, ti tiene legato alla regola... «Bravo: la doratura a foglia d’oro si fa così, poi l’altra cosa si fa colà, e poi resti lì, fermo. Trasmetti la conoscenza e blocchi anche chi viene dopo di te». Ma non conserva la tradizione? «No perché è solo ripetizione. E la tradizione non è mica una cosa sempre uguale». Poi ci arriviamo, dai. «Sì. Guardi, sono un insegnante, quindi lo so benissimo che la tecnica ha valore, ci mancherebbe. Ma bisogna impararla e presto liberarsene: perché poi diventa aritigianato, lavoro meccanico. Quando mi metto davanti alla tela e indago non posso fermarmi alla tecnica che mi impone di fermarmi».
Ah sì, va bene, però anche lei ha avuto i prof all’Accademia. Le hanno insegnato a liberarsi della tecnica? «Certo! Mi hanno insegnato a indagare. Ma c’è anche chi mi ha detto: l’artista può cambiare il mondo! E io gli ho creduto. Che pivello». Ma come? «Gli ho creduto per dieci anni almeno. Poi ho visto che non riuscivo a cambiare neppure me stesso e ho deciso di guardare più semplicemente al mio mondo».
Che poi nel suo mondo, il suo piccolo mondo come lo chiama lui, c’è anche tutto quanto il mondo. La mostra allestita proprio adesso presso lo Spazio Alpino della Sat a Trento, in via Manci, «Liquids - Identità fluide nelle Alpi» (qui a fianco una delle opere) spiega la ricerca di Soraperra. Un’indagine dentro un’identità che si sta perdendo, schiava della fiction, dello spettacolo dei costumi, e spoglia di ogni nuovo contenuto.
Ma è da qui che si può cambiare il mondo? Con opere che interrogano o che denunciano? Opere contemporanee, ritenute spesso difficili da comprendere? «Cambiare il mondo no. E anche cambiare di una virgola una piccola comunità è difficilissimo». Ma Claus ci prova, no? Tanto che alcuni valligiani lo etichettano come “comunista”. «Ma sì, cosa vuoi: è un modo per dire “diverso”, a volte “fastidioso”. E io sono contento. perché vuol dire che qualcosa accade. Infatti quando espongo e faccio incontri la sala in val di Fassa si riempie». E cosa dice Soraperra a quella sala? «Che i Ladini si stanno fermando. Si vuole rimanere ciò che si è soltanto perché c’è il temporaneo successo del turismo. Ma anche il benessere può essere una trappola se non capisci che devi cambiare: il mondo gira e fra un po’ quello star bene non funziona più. Se tu non hai identità non ti riconosce più nessuno e tu resti spaesato e disperso». Quali sono gli errori del turismo di adesso? «Che si propone la tradizione attraverso colori e costumi tradizionali, ma quella non è tradizione è uno spettacolo e basta: noi rischiamo di fare i figuranti dentro un mondo finto». E quindi sotto il vestito niente? C’è solo apparenza? «Sì, e mi chiedo: dove sta andando a finire la lingua ladina? Se perdi la lingua non la riesci più a riesumare o rievocare. La lingua ti permette di mantenere l’identità. Ma adesso con il turismo e con i turisti che non hanno bisogno di questo codice, la lingua non conta più. La lingua non ha un valore commerciale, anzi è quasi un ostacolo per il turista: meglio sapere italiano, tedesco e soprattutto inglese. E così l’identità si perde in un abito vuoto».
Bisogna salvare la lingua ladina, insomma. La lingua è sostanza: è il tuo mondo. Ma un’identità costruita solo sulla lingua rischia di divenire arma. «E infatti ora occorre avere tante identità: averne una sola è pericoloso. Ed è sbagliato perdere quella d’origine. Mio figlio, quindici anni, fa le “faceres”, le maschere lignee della Val di Fassa. Le
abbiamo riscoperte».
Ora Claus torna in Valle. Le daranno ancora del comunista? «Certo. Ma sanno che sono un prodotto locale. Sanno che ho una storia ladina. E a volte si domandano: ma che c’avrà in mente il nostro Claus?».